domenica 8 dicembre 2013

Il film della settimana



Laserblast di M. Rae (1978)

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un titolo fonte di grande imbarazzo, la cui trama è basata unicamente sul ritrovamento di un'arma extraterrestre nel deserto, e sulla breve carriera del ritrovatore, abbrutito dall'esperienza, che si improvvisa distruttore di (vecchie) automobili e proprietà private (poco costose) tra cui un'edicola; gran parte del film è infatti dedicata alle esplosioni, molto rallentate per occupare il massimo metraggio, e rendere il massimo effetto laddove quelli "speciali", ovvero i "raggi laser" del titolo, aggiunti in sovrimpressione, sono a dir poco primitivi; l'intero cast è disastroso, a partire dal protagonista fino alle (poche) comparse, e le uniche cose degne di menzione sono la presenza dell'immortale Ron Masak, caratterista televisivo che vanta una carriera iniziata nel 1960, e non è ancora finita; anche qui, come nel serial Murder, she wrote (La signora in giallo) gli tocca la parte dello sceriffo tonto;


Roddy McDowell in un tristissimo "cameo"


e le (brevi) animazioni degli E.T. in stop-motion a cura di Dave Allen;


ovviamente, nessuno dei suddetti elementi può distrarre tanto lo spettatore da dimenticare la totale miseria narrativa e tecnica che rende la visione di Laserblast (in una copia da VHS doppiata in Italiano) una delle esperienze audiovisive più mortificanti a memoria d'uomo; era dall'anno della sua uscita nei cinema che aspettavo di vedere questo film, e 35 anni dopo posso infine pentirmi amaramente di averlo fatto;

noi tutti, che in quella stessa epoca ci lasciavamo incantare dalle vicende super-umane della Marvel, allora edite dalla italiana Corno, forse non ci saremmo mai aspettati di vedere un giorno quei personaggi straordinari in carne e ossa, e quelle straordinarie vicende ultra-eroiche in una messinscena meno vergognosa di quella vista in produzioni miserabili dell'epoca come Spider-Man: the dragon's challenge (L'uomo ragno sfida il drago, 1979). 



Oggi, quando ormai il merchandise cinematografico dei fumetti Marvel è una realtà cinematografica internazionale e miliardaria a cui spetta il medesimo aggettivo di "super", possiamo chiederci anche se ci saremmo mai aspettati di vedere simili personaggi ad interpretare certi ruoli; un esempio lampante è quello della amichetta umana di Thor, la dott.ssa Jane Foster, che ricordiamo ancora in versione cartacea

dove potevamo almeno immaginare le bellezze umane capaci di far invaghire un dio notoriamente scontroso e solitario, e oggi ri-vediamo (per la seconda volta) impersonata da una israelo-americana che ha lo stesso fascino di un Teletubby e la femminilità prorompente di una cassetta postale; questa è la seconda volta che la vediamo nei panni di Jane Foster in


Thor: the dark world di A. Taylor, J. Gunn (2013)  

se tralasciamo (a fatica) la paradossale trasformazione del "più bianco tra gli dèi" in un negro (V. ep. prec .) questa è la pecca più clamorosa -ma anche, immaginiamo, inevitabile- del casting; per il blogger cinefilo, anglofilo, e solito da anni ad apprezzare i film in versione originale, ancora una volta la dizione degli attori è fonte di sconcerto, opponendo la pronuncia da Eaton di Tom Hiddleston (Loki) a quella "contenuta" (ancora, immaginiamo, senza approfondire) del protagonista Chris Hemsworth (Thor) la cui inflessione inconfondibilmente aussie affiora qua e là durante i dialoghi come una sorta di scherno poco "divino".


come ha perso l'occhio Wotan? le sue amicizie pennute possono fuorviarci...

Una cosa che mi sono sempre chiesta, a questo proposito, è come sia possibile che un buon attore sia in grado di imitare perfettamente il tono di voce, la cadenza, l'inflessione e l'accento di un collega, o di un altro personaggio famoso, mentre un intero popolo di attori men che mediocri non riesce nemmeno a dissimulare i propri difetti di pronuncia; e mi chiedo ancora, non dovrebbe essere appunto nella recitazione, cioè a dirsi, nella capacità di impersonare qualcun altro in ogni dettaglio, la qualità precipua in cui si esprime il valore di un attore? Ma questo vale più o meno per ogni film, così come l'entimema ashkenazita di ogni prodotto multimediale per cui oggi, oltre a  ritrovarci la nanerottola giudea DOC (con doppia nazionalità) nel ruolo della "bella", sappiamo pure che "Stan Lee" si chiama Lieber, "Jack Kirby" di cognome faceva Kurtzberg, e gli scrittori di questo episodio si chiamano Yost, Markus e Lieber (fratello di Stan, tra gli altri)... 



Ma del resto, come ben sappiamo, tutti gli "idoli" moderni vengono sfornati dalle cucine kosher di Hollywood, così come in una possibile antichità letteraria erano i loro antenati israeliti a importare mitologie esotiche nell'Imperium; il fatto che in questo caso riguardi un'ulteriore mitologia estera, quella Nordica, cara ai gerarchi "Nazisti", può risultare più o meno interessante per lo spettatore "teorico del complotto" così come (non) lo era la sua originaria riduzione "pop" degli anni '70 in tavole a fumetti; al di là dell'aspetto economico, ovvero dei soldi spesi nella produzione e guadagnati al botteghino, il valore è esattamente lo stesso. Qui non c'è nemmeno la raffinata regia di Branagh (il clone di Hitler) a orchestrare il baraccone, e bisogna ammettere che si sente. Oltre al suo significato esoterico, e a quello che ha assunto unito alla falce di Saturno nell'iconografia moderna, il favoloso martello di Thor oggi è anche una potente arma di distrazione di massa.

Per giustificare il titolo del post, ricordo ancora al lettore italico che nella lingua Inglese i nomi dei giorni della settimana sono tutti dedicati a deità Nordiche, dove oltre alla Luna (Moon in Monday) troviamo Saturno in Satur(n)day, l'Astro Padre Sun in Sunday, Thor in Thur(s)day e Wotan/Wodan, Odino, in Wed(')n(s)day; il venerdì è dedicato alla sposa di Odino e madre di Thor, Freia (SIC) in Fr(e)i(a)day; quindi in questo film c'è quasi tutta la settimana...

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