lunedì 13 gennaio 2014

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Ovvero, il dovere della cronaca superflua.

Il giorno dopo la sua uscita nei cinema Inglesi, ho visto questo


12 years a slave di S. McQueen (2013)
☻☻

che è stato votato al 97% fresh su Rottentomatoes, al momento ha vinto un Golden Globe come miglior film drammatico, più altri 96 premi e 130 nominations; l'opera di McQueen, già autore del vergognoso Shame (2012) è meritevole per la compostezza stilistica dell'insieme, che non scade mai nel televisivo e si mantiene al di sopra degli standard filmici contemporanei che sono più o meno paralleli a quelli del piccolo schermo, anche grazie ad una ottima fotografia di Sean Bobbit (Byzantium


alla cura della ricostruzione storica

quello spanish musk sembra vero!

e all'interpretazione di Chiwetel Ejiofor


che qui sfonda la fatidica 4a parete per comunicarci la sua disperazione;

La storia è quella di un "negro libero" e violinista di Saratoga (NY) prima della Guerra d'Indipendenza


che improvvisamente si ritrova a raccogliere cotone in Louisiana a suon di frustate (letteralmente)


la sua situazione non migliora quando viene rivenduto al sempre-più-vergognoso Michael Fassbender (Shame, appunto)


ma, conoscendo da principio i limiti della sua sofferenza, sappiamo che dopo i 12 anni del titolo egli tornerà a casina per intentare (inutilmente) causa contro gli schiavisti, e scrivere poi la sua biografia, da cui verrà tratto un film di successo qualche secolo dopo;


Sembra che oggi la nozione elementare di un sistema di schiavizzazione globale si stia infine diffondendo fra l'utenza telematica; ma questo "risveglio delle coscienze" per il momento non influisce sulla produzione industriale dell'intrattenimento, che continua a contemplare la figura dello schiavo "classico", il povero negro, tra i suoi più fortunati protagonisti malgrado la sfortuna storica, evoluzionistica, cosmica, rappresentata dagli Stati Uniti d'America e dei suoi abitanti, che a lui è capitata a suo tempo come -in vario grado- capita a tutti gli Europei attualmente --cinema compreso;  in questo film non c'è nulla di simbolico, di apologico, o di interessante che non sia una particolare, singolare, parziale riflessione sulla condizione dello schiavo moderno, e sulla "schiavitù legale" che ormai non è più imposta dagli aguzzini colla frusta ma dalla nostra stessa remissività genetica, dalla mera abitudine alla rassegnazione che in teoria ogni spettatore dovrebbe riconoscere nel protagonista  (liberato infine solo dall' uomo bianco, lo stesso che lo ha imprigionato) e nella sua rispettabile -finanche artistica- negritudine, ma che grazie alla peculiare "magia" del cinema potrebbe anche essere portato ad accettare come un realtà storica e immutabile, esattamente come il costo del biglietto pagato al cinema;


non è così, ovviamente; esiste anche il torrent;

dobbiamo riconoscere un certo salto di qualità nel lavoro di McQueen, ma la sua è una trasposizione "corretta" (spec. a fini scenografici) della straordinaria vicenda di un singolo individuo, Solomon Northup, e destinata a migliaia o milioni di anonimi schiavi cinefili, bianchi, neri e gialli, la cui condizione di cattività non sarà altrettanto breve, a causa della loro stessa ignoranza in proposito, e certamente non sarà migliorata - o peggiorata - grazie al suo esempio, che infine archivierei come "film da Oscar";


ovviamente questa non è la recensione di un film ma -ancora una volta- una critica rivolta all'intera società di "uomini liberi" -e perlopiù pallidi- che potrebbero trovare un motivo di simpatia, o compassione, o qualsiasi altro sentimento pato-logico nei confronti del protagonista; il mio consiglio personale è di non spendere un altro centesimo per arricchire le majors di Hollywood e i loro gerarchi ashkenazisti, e se questo film è buono per qualcosa, lo è senz'altro per questa occasione;

con Brad Pitt, anche co-produttore

sempre più porcellesco nei tratti

e l'insostituibile Paul Giamatti, il cui ruolo particolarmente spiacevole ci ricorda il suo "famoso segreto":



John Gielgud è il non-protagonista di


Providence di A. Resnais (1977)
☻☻+

che considerava questa una delle due sole apparizioni non-teatrali di cui andava fiero
dove il suo ruolo di narratore ebbro, oppiato e nondimeno agonizzante gli permette alcune libertà allora più che rare nella storia del cinema, oltre le numerose four-letter-words che raramente (forse mai prima di allora) abbiamo sentite recitare con tanta maestria, come una "struttura bipartita" del film che Wikipedia dice esser stato identificato dai critici (professionisti) come precursore di Lost Highway e Mulholland Drive


esempio pratico


purtroppo il film, dall'autore di uno dei miei film preferiti di sempre (uno dei pochi a cui ho assegnate 10 stelle su IMDB) non si può paragonare alle opere di Lynch se non appunto strutturalmente, ovvero meccanicamente, o anche criticamente, non offrendo grandi emozioni al di là dell'occasionale risatina sarcastica, in questo ennesimo ritratto al vetriolo e quasi-surrealista della borghesia (molto) anni '70 che vediamo stingersi inaspettatamente nel finale, per ritrovare un prezioso indizio di umanità anche nel più disperato e insanabile dei casi;

in questa inquadratura Dirk Bogarde sembra tenere una sigarettona fra le labbra; non è così;

Qui Dirk Bogarde


è straordinariamente gay e mi chiedo come dovrei considerare questa qualità precipua e inconfutabile del suo personaggio nel contesto filmico, ma non lo farò a lungo dopo questo paragrafo; forse queste cose all'epoca erano del tutto impensabili (???);

David Warner invece ha il suo solito maglione, che credo abbia indossato in tutti i film:


e al di là della "struttura bipartita", ma poco efficace in termini di resa drammatica, e qualcuno di quei fondali sintetici che piacciono tanto al blogger (come nell'"enorme" Smoking/No Smoking)


è un altro trionfo di ebreità cinematografica, dove Bogarde è ancora il complice compiaciuto di un attacco violento e diretto al borghesismo -come nel più famoso The Servant (1963), e dopo tanti anni un minimo di ironia era il minimo necessario per ravvivare il copione;
e con LUI


che purtroppo compare solo per un istante;

un film che aspettavo da tempo con crescente curiosità era il remake omonimo del piccolo gioiello di N.Z. Mc Leod


The Secret Life of Walter Mitty di B. Stiller (2013)
☻☻

per opera dello stesso auttore del delirante Tropic Thunder, che qui riprende il ruolo del sognatore-a-occhi-aperti che fu di  David Daniel "Danny Kaye" Kaminski nel lontano '947; oltre il nome e la professione -o meglio, il settore professionale- ritroviamo ben poco del personaggio originale, che qui vediamo proiettato nel mondo della editoria "realistica" della rivista Life


che paradossalmente non giustifica i "voli pindarici" del fantasioso eroe, come i racconti fantastici del vecchio film, ma può suggerire una nuova e più adulta prospettiva in cui collocare tutte le fantasie della stampa internazionale;

con il suo umorismo imbarazzato, stralunato, e sempre piuttosto originale


Stiller riesce a tenere in equilibrio la narrazione praticamente per l'intera durata del film, anche grazie alle sue (presunte) doti di skater


in un film che troppo facilmente e troppo presto si concede alla "realtà" filmica (che è la stessa di Life, per intenderci) per ri-valutare le doti dell'uomo ordinario in un contesto straordinario, sulle tracce del misterioso scatto mancante, e trasformare il geniale gioco di rivelazioni del vecchio Mitty in una simpatica avventura tanto gradevole quanto deludente per il blogger;

se non altro, è un eroe molto "ecologico"
qui il cameo degno di nota non è quello del solito Sean Penn, ma dello sfuggente leopardo delle nevi:

miao
la mia scena preferita è senz'altro quella del pilota ubriaco


mentre per la serie "titoli di sei lettere che contengono il nome del protagonista e una sua caratteristica esistenziale", sembra inevitabile la citazione di The curious case of Benjamin Button:


abbastanza strampalata da non stonare nell'insieme; è stato prodotto da Sam Goldwyn Jr., figlio del famoso tycoon della MGM produttore del primo Mitty; thick kosher gravy all over the place; temo che sarebbe venuto meglio negli anni '90 con Jim Carrey protagonista, e magari anche Spielberg alla regia; ma non è detto; la cosa certa, anzi certissima, è che l'originale è sempre il migliore, malgrado tutto;

catalogato come "commedia nera distopica" da Wikipedia


Kin-dza-dza di G. Daneliya (1986)
☻☻-

è un filmino sovietico "di culto" le cui peculiarità sono il gergo plukaniano e la quantità di rottami artisticamente riciclati in forma di scenografie, oggetti di scena, armamenti e/o mezzi di trasporto





nella creazione spartana di una dimensione filmica post-surrealista e alquanto satirica, di cui l'utente italofono potrebbe non afferrare al volo tutti quei significati che sono ovvi per quello Post-Sovietico.
Più che divertente Kin-dza-dza risulta essere buffo, con qualche tratto onirico, naif (o naive) e finanche ridicolo in qualche passaggio, ma tutto sommato, definitivamente, poco.

P.S.: se davvero a Febbraio 12 Years a Slave uscirà in Italia col titolo "12 anni uno schiavo" -come suggerisce IMDB- mi trasferirò definitivamente sul pianeta Pluke.

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