domenica 26 gennaio 2014

Vecchi film, vecchi attori

Questo film


Winter Kills di W. Richert (1979)
☻☻+

è più straordinario come produzione che non come prodotto, con una lavorazione pericolante e dichiarata fallita per tre volte, malgrado gli sponsors fossero due "facoltosi commercianti di marijuana", di cui uno si beccò poi quarant'anni in gattabuia, e l'altro qualche proiettile nella testa;
straordinario è anche il cast, con il giovane Jeff Bridges protagonista assoluto, con tanto di cavalcata a torso nudo in omaggio

(ovvero, gratuita)

e "papà" John Huston che non si fa mancare niente



più una serie di guests più o meno special, come il barbuto guerrafondaio Sterling Hayden


il segretario particolarmente samurai, Toshiro Mifune


un casuale Tomas Milian invecchiato per l'occasione


ancora il brutto faccione di Richard Boone (visto poco fa in The Night of the Following Day)


un altro ruolo particolarmente infelice e ambiguo per Tony Perkins


e -dulcis in fundo- la sempre generosa Liz Taylor (uncredited)


che pronuncia una sola battuta, e senza sonoro (essendo in un flash-back) ma il suo labiale è inconfondibile:


e ci ricorda quello di Bette Davis in What Ever Happened to Baby Jane;

la trama è secondo Wikipedia una "satira", che io metto fra virgolette, del caso Kennedy, con un finale tanto inatteso quanto è prevedibile il colpevole, almeno per il cinefilo intuitivo; film da vedere per la modernità del trattamento, che va ben oltre l'apparenza vintage, e per la bella fotografia di Vilmos Zsigsmond



e con uno dei coiti più rumorosi della storia del cinema, a cura della attrice-psicologa Belinda Bauer


Molto probabilmente questo film fu ucciso da qualcuno, ipotesi al centro del documentario Who killed Winter Kills (2003), e considerando gli ovvi riferimenti di cui sopra, possiamo solo immaginare chi fu il colpevole; non solo sarebbe un'impresa ardua (data l'opposizione) e oltremodo stupida, dal momento che un cast simile non troverebbe confronti al giorno d'oggi, ma questo è uno dei rari film che meriterebbe un remake serio; e lo dice uno che odia sinceramente i remakes.

Fortunatamente non sono riusciti a ingaggiare Jack Nicholson per questo


Last Vegas di J. Turteltaub (2013)
☻☻-

perché dopo The Bucket List (2007, con M. Freeman) e About Schmidt (2002) questo sarebbe stato un altro film-della-terza-età di Jack Nicholson, sull'onda del successo del triste serial Hangover (oggi al terzo capitolo!) ma con l'inedita senilità che accomuna i famosi protagonisti Kevin Kline, De Niro, Michael Douglas e Morgan Freeman; 


almeno per la prima parte il film è divertente, grazie a qualche battuta ben piazzata nel copione; come previsto comincia a perdere colpi nel secondo tempo, con l'inevitabile inserto romantico, e si mantiene in equilibrio fino alla fine solo grazie alla bravura del cast; Turteltaub, autore di roba come i Treasure films con N. Cage, non sembra essere un vero regista, ma sicuramente i quattro protagonisti sono veri attori. Un film quasi-per-famiglie, penalizzato negli US dal PG-13 che è dovuto soprattutto al linguaggio.

Per quanto mi riguarda, non vedo l'ora di poter utilizzare ancora tre smileys di fila nello stesso post.

venerdì 24 gennaio 2014

Non è Francesca

Dall'autore del frizzante Being John Malcovich (1999) e del fiabesco Where the Wild Things Are (2009) che nel frattempo ci ha offerto roba corta come I'm Here (2010) e Scenes from the Suburbs (2011) ieri mi è arrivato questo


Her di S. Jonze (2013)
☻☻

in una copia DvDscreener che rientrava appena nei limiti della decenza; qui lo scrittore di missive a pagamento Theodore Twombly, impersonato dal non più rinsecchito, striminzito, né ubriachissimo (come lo era in The Master) Joaquin Phoenix


si invaghisce del suo amichevole sistema operativo a nome Samantha, interpretato da Scarlett Johansson;

(con lui nella foto)

e rappresentato perlopiù sul set dall'auricolare perennemente infilato nel padiglione del protagonista (per questo si chiama padiglione-auricolare =)

uno dei rari film in cui si inquadra il pulviscolo atmosferico;
essendo in effetti un one-man show romantico imperniato sulla presunta bravura di Phoenix, ma anche perlopiù sulla sua figura, dopo l'abuso della stessa in I'm still here (2011) non ho saputo apprezzare l'opera nel suo insieme, malgrado la quasi-originalità con cui Jonze tratta il tema del rapporto (spesso non-sentimentale, né sessuale, se non è un film di Matthew Barney) tra uomo e macchina; perché la tecnologia digitale ha fornito il sistema operativo di un computer della voce di Scarlett Johansson; per quanto mi riguarda devo ammettere che è molto meglio sentirla che vederla


(cosa che mi eleva oltre l'Olimpo Hollywoodiano di un bel pezzo)

ma non mi sono comunque trovato coinvolto in alcun modo dalla vicenda, nemmeno filosoficamente, laddove la cosa si fa insolubilmente confusa tra il computer umano e la "personalità" muliebre dello stesso, e anche se ho potuto ammirare la capacità del regista e degli interpreti, non posso dire altrettanto dell'autore, che è ovviamente lo stesso Jonze; 


Come On!

Her è un film tiepido; di sfondo c'è lo scenario del cinema, L.A.


appena oltre la cappa di smog

Per quanto riguarda il blogger, che nel millennio scorso scriveva (di) cinema, la cosa più interessante è che il protagonista si chiami Theodore e che porti occhiali "di tartaruga", proprio come quelli di Theodore Chambers nel mio script a titolo The Chinese Mushroom -- che per la cronaca risale al 1984.
Bei tempi, quelli andati.

lunedì 20 gennaio 2014

Sinistra congiura seriale


Insidious Chapter 2 di J. Wan (2013)
☻

lo stesso trucco non può funzionare due volte, e questa ne è la dimostrazione pratica; ancora in cerca di "facili emozioni" quando è sempre più difficile trovarne una qualsiasi nel mondo del cinema, e dopo le tristi "conseguenze" del formidabile Insidious (2010) a titolo Sinister (2012) e The Conjuring (2013), infine anche il secondo capitolo di questo inevitabile franchise filmico non risulta più o meno deludente dei sottoprodotti che l'hanno preceduto; purtroppo la cosa migliore del secondo capitolo sono le sonore padellate sulla testa del protagonista


mentre possiamo elencare la protagonista Rose Byrne (assieme a Julie Delpy) come una delle poche persone al mondo con delle rughe verticali sulla fronte, anziché orizzontali;


il che può essere strano, ma non abbastanza inquietante per i miei gusti.

Parafrasando Cico, acc, dannaz e malediz.

domenica 19 gennaio 2014

Carnaggio

Leggendo ieri per la prima volta il titolo


Carnage di R. Polansky (2011)
☻☻- (o anche ☻+)

nel documentario dedicato al famoso cineasta giudeo Polacco, non ho perso tempo a scoprire il film, un'operina molto teatrale e molto femminile (orale) ambientata in un unico spazio (un appartamento a NYC) dove una discussione tra i genitori attorno al litigio dei loro bambini si trasforma a sua volta in un litigio, ma contenuto nei limiti della ipocrisia minima indispensabile all'individuo adulto per potersi dire tale; 


la cosa mi ha ricordato (a proposito di pathos) il tristissimo Who's afraid of Virginia Woolf, a sua volta fortemente teatrale, e in cui era pure forte -secondo le leggi dello spettacolo- la presenza dell'alcool come "droga sociale" (e legale); è un filmino svelto, a tratti divertente, encomiabile per la direzione del cast, ed è proprio di questo che -per cambiare- voglio scrivere:


Kate Winslet è una delle pochissime donne famose che sembrano aver mantenuta inalterata la femminilità, e purtroppo non mi riferisco alla loro particolare, personale femminilità, ma alla femminilità in generale, per quanto ci è concesso di vedere oggi nel flusso multimediale;


dico "una delle pochissime" perché sono certo che esistano altri esempi famosi e ancora viventi, ma al momento non me ne sovviene un altro; Kate Winslet non è particolarmente bella, ma in compenso la sua bellezza è lampante, ruspante, Australe e soprattutto, inequivocabilmente, muliebre; non di meno -- e questo dovrebbe darci da pensare a tutti -- è forse la più brava attrice in circolazione;


per quanto riguarda il blogger, che è senza ombra di dubbio il più estremo, convinto e inamovibile dei misogini (perché la misoginia non è mera antipatia, ma uno stato) essa rappresenta un'aspetto della "altra metà del cielo" che da molto tempo è velata da una nube oscura; forse una chemtrail; 

non me ne lamento, ma Kate Winslet è una delle pochissime occasioni per ri-pensarci, senza poi alcuna valida occasione per continuare a farlo, nella "vita reale"; e certamente non vorrei mai uscire a cena con Kate Winslet, specialmente se ha bevuto;


Jodie Foster forse è una attrice, e forse è anche brava, ma è soprattutto Jodie Foster;


la figlia di un tenente colonnello USAF che divenne celebre per il suo didietro pallido scoperto da un cane per la pubblicità della Coppertone in TV, per il suo ruolo di mini-mignotta da Oscar in Taxi Driver, oggetto dei morbosi desideri di Gigi Proietti in Casotto, che trasformò l'amabile personaggio di Addie Pray in una sciatta smorfiosa (aggettivo mai più adeguato) di provincia (e a colori!) nel triste serial Paper Moon, e che ispirò qualcuno ad uccidere qualcun altro; per quanto l'altro se lo meritasse; 


al di là degli aspetti socio-politici, per me c'è qualcosa che va oltre la mera repulsione verso questo personaggio, e tanto ero felice l'altra sera constatando che quella di Elysium era la sua ultima apparizione sugli schermi, tanto sono rimasto spiacevolmente sorpreso dalla sua presenza qui, dove la Foster sembra infine rivelare quella mostruosità sorcina che da piccola riusciva a dissimulare facilmente agli occhi dello spettatore medio (e adulto); 


fare tante smorfie per tutta la vita ha trasformato il suo volto in un grottesco mosaico di rughe che, assieme alla sua fisionomia aguzza, la rendono uno spettacolo pietoso, ma pur sempre detestabile;
a tratti spaventoso;


io ritengo possibile che ella sia l'esito di un esperimento militare segreto, che in qualche modo prevedeva dei geni di ratto; ma non vorrei conoscerne i dettagli; in ogni caso qui è molto credibile nella parte della donna quasi-isterica, e poi della quasi-isterica ubriaca "che non riesce a ubriacarsi" (una caratteristica molto femminile);


come si può constatare sulla pagina di IMDB con il cast, i nomi dei due attori maschi seguono quelli delle donne, i due mariti sono piuttosto accessori, in un senso molto douchebagiano del termine che soltanto un'autrice femmina poteva rendere, e sui quali le due tigri del set proiettano le loro repressioni post-borghesi, trattenendosi dal prendersi a bastonate in faccia come i bambini, ma esprimendo la loro indomabile vuotezza tra vomitate a spruzzo, fiumi di parole e sbornie incontrollabili; non soltanto il film tratta di una cattiveria propria dell'uomo -e della donna in part.- che non aspetta altro che di manifestarsi alla prima occasione di un confronto in società, ma anche di quanti ne possono fare un soggetto tanto interessante da interessare i cineasti ebrei Polacchi di Hollywood (ad es., una ebrea iraniana di origini Russe)  e di tutti quelli che ne apprezzeranno poi i risultati sullo schermo; le regole principali del cinema sono sempre le stesse dall'inizio -compresa la "J word"- e il fatto che si possa intrattenere il pubblico ponendo uno specchio, o più specchi variamente deformanti sullo schermo, per un paio d'ore, in genere non preclude la possibilità che lo spettatore, o il Gentile blogger occasionale, ci guardi attraverso per riconoscere la medesima profonda radice contorta, ed essenzialmente amara il cui gusto innaturale impregna da sempre l'antichissima arte delle parole, di cui il cinema è solo una moderna conseguenza tecnica;


Christoph Waltz, che è diventato celebre per la sua parte di colonnello delle SS in Inglorious Basterds dopo una vita di TV in Austria, è forse il primo attore che non sia "ebreo", ma che abbia contribuito alla causa del popolo eletto lasciando in eredità al mondo intero un rabbino, suo figlio;
non è bello, non è aitante, non è simpatico, come ufficiale delle SS era ridicolo, come pistolero (in Django) era penoso, e in fondo questo è tutto quello che si può desiderare da un Austriaco ebreo-in-extremis e dall'aspetto molto ordinario, che fa il nazista e il pistolero nei film;
qui, nel ruolo dell'avvocato di Big Pharma, è pressoché perfetto;

e poi c'è Michael C. Reilly, per cui non occorrono molte parole:

se mai;


e se non altro, questa è una prospettiva che raramente viene rifilata come recensione cinematografica.
Non consiglierei a nessuno il film, e che compaia nella filmografia di un Polanski è per me solo un segno dei tempi.

Nel frattempo ho visto anche


The Great Gatsby di B. Luhrmann (2013)

e, credeteci o meno, questa è la cosa migliore del film.
Non è uno di quei titoli che un serio blogger vorrebbe mai recensire nel suo blog.
Quel cagnolino però è un tesoro.

sabato 18 gennaio 2014

Il grande vuoto

Scrivendo di questo mi sono reso conto -per l'ennesima volta- che recensire i film non è qualcosa che valga la pena di fare, così come non lo è leggere le recensioni; il film in questione è


The Great Gatsby di B. Luhrmann (2013)

che ho definito "tracotante, rutilante e ridondante", e anche "un musical", riferito all'alto contenuto di rap/hip-hop nella colonna sonora, generi musicali che vanno ben oltre la mia apertura mentale (e i Gorillaz restano il mio gruppo preferito, nel 2014) con l'aggravante imperdonabile di Beyoncé e Kanye West; ho scritto anche che l'idea di trasformare la tragedia romantica di Fitzgerald in un Moulin Rouge (con tanto di carrellate aeree supersoniche sopra il tripudio scenografico) è più che stupida, australiana; il romanzo, che ho visto definito come "ritratto della decadenza del sogno americano", nella prospettiva di Luhrmann diviene un sontuoso monumento alla decadenza americana, eretto a ritmo di rap e cocktails giganteschi; tutto nel film appare sfarzosamente frivolo, grandiosamente fatuo e fastosamente vacuo, e quindi del tutto irrilevante, nemmeno per sbaglio o per un solo istante coinvolgente, o interessante in qualche sua parte; è uno dei peggiori film visti negli ultimi 10 anni, e non lo consiglierei a nessuno nemmeno sotto minaccia armata.

Se invece volete sapere tutto su un film-maker molto Ebreo, molto Polacco, e molto famoso


Roman Polanski: A Film Memoir di L. Bouzereau (2011)
☻☻+

è il film che fa per voi; praticamente tutto, dalla nascita


(anche quella artistica)

attraverso l'orrore della guerra, fino alla morte


(di Sharon Tate)


alla fuga dagli USA dov'era accusato per lo stupro di una minorenne (consenziente) e oltre, attraverso una carriera straordinaria, fino a Gstaad, e all' intervista del suo amico di lunga data Andrew Braunsberg con cui parla di ogni cosa per 90';


consigliabile a chiunque lo voglia stare a sentire.

mercoledì 15 gennaio 2014

American BS

Il film di ieri notte:


Sling Blade di B. B. Thornton
☻☻☻

viene definito sleeper hit da Wikipedia, ovvero un successo "alla lunga", e gran parte del suo grande successo (costato meno di un milione, ne ha incassati + di 30) è dovuto al tour de force di Thornton, candidato all'Oscar come miglior attore protagonista, e che invece lo vinse per la migliore sceneggiatura tratta dal suo stesso dramma; il personaggio di Karl Childers è impossibile anche da descrivere, e malgrado la bravura dei nostri doppiatori non credo che qualsiasi doppiaggio in qualunque lingua potrebbe mai rendere giustizia alla sua interpretazione del suo personaggio, che peraltro vanta un robusto accento Sudista;


un'altra descrizione del film riportata da Wikipedia è quella del Washington Post, che lo definì "capolavoro del Southern storytelling", ovvero della "narrazione Sudista", dove lo spirito del profondo Sud è presente e palpabile nei luoghi, nei personaggi, e nei fatti narrati (e nella loro parlata "pesante") in cui ovviamente la presenza di una kaiser blade, che "qualcuno chiama sling blade", è inevitabile; tra le cose buone del film, c'è il fatto che non la si vede nemmeno per sbaglio;


un film da vedere e possibilmente in versione originale, anche se a causa dell'accento profondo di tutto il cast, e della inimitabile parlata "robotica" di Karl, consiglierei l'aiuto dei sottotitoli;
con l'inedito John Ritter gay, a cui l'autore ha dedicato un ruolo aggiuntivo


un breve cameo di Robert Duvall, che -a proposito di Southern storytelling- rimanda alla sua parte in To kill a mockginbird (1962)


e uno ancor + breve per Jim Jarmush, che vende patatine fritte


Il film di questa notte è un altro successone, ma più recente:


American Hustle di D. O. Russell (2013)
☻☻

vincitore di 3 Golden Globes, era in origine un soggetto a titolo, appunto, American Bullshit, liberamente ispirato all'operazione ABscam messa in atto dal FBI tra la fine degli anni '70 e gli '80, da cui già Luis Malle pensava di fare un film con la coppia Aykroyd-Belushi poco prima di morire; qui gli autori di nome fanno Singer e Russell, quindi non ci stupisce il fatto che il loro eroe, scaltro "affarista", si chiami Irving Rosenfeld; 
a interpretarlo è Christian Bale, che per l'occasione -e per rifarsi dei chili perduti prima per The Machinist (2004) e poi per Rescue Dawn (2006) (e poi ancora The Fighter, che però non ho mao visto)- è ingrassato di oltre 18 Kg.:


e fra la paccottiglia d'oro che si porta addosso possiamo riconoscere il simbolo del Potere:


inconfondibile; come la sua gestualità esasperata



che invece ricorda quella dell' ebreo-a-sorpresa Omid Djallil di The infidel;

American Hustle è un altro lungo film "storico" -in senso cinematografico- di un filone "so cool, so '70s" che sembra avere avuta origine con il tarantiniano Jackie Brown, e di cui negli anni seguenti abbiamo visti succedersi vari episodi di varia entità e diverso spessore, tra cui ricordo Zodiac, Wonderland, e i + recenti Ice Man e Argo; il crimine qui è la corruzione (bribery), che coinvolge il settore edile e la mafia di Las Vegas, con il sindaco di Camden (NJ) 


(pronunciato "Kehr-main")

interpretato dal solito Jeremy Renner (X-Men...) che, a un solo passo -anzi, a un'allungata di mano- dalla trappola tesa dal FBI si alza e se ne va; il film inizia così, e ci vuole un bel pezzo per ricostruire tutta la vicenda dall'inizio, e scoprire infine se e come ci cascherà; 

il film si lascia guardare tutto, ed è meritevole l'opera di ricostruzione dell'epoca


comprensiva di tanti successi discografici;
a quanto pare il regista "odia" la narrazione e punta tutto sui personaggi, per tanto -a detta del protagonista- il film è perlopiù improvvisato; questo mena all'unica scena davvero degna di nota, quella che ha originato un vero LOL in un'epoca di vuoti aforismi, e proprio per quella che IMDB ci rivela essere una sequenza completamente improvvisata sul set, dove il povero Irwing prende le pillole per il cuore


e ci si strozza, così che la seguente battuta assume un tono decisamente esilarante:


"I have a plan!"

Per gli amanti del schadenfreude, dell'unica comicità genuina che è quella involontaria, questo è uno dei momenti più memorabili degli ultimi decenni. Ma -temo- solo nella versione originale.
Sto ancora meditando di ritagliare il pezzetto per pubblicarlo su Youtube.